ANTONIO TROTTA

 

Gennaio 2008

A partire dal “caso” Terry Schiavo fino a giungere a quello di Piergiorgio Welby c’è stato, sempre tutto un gran parlare di “accanimento terapeutico”, di eutanasia e di “staccare, o non, la spina”, terminologie e definizioni sempre veemente espresse in grandi kermesse mediatiche, nate all’origine di terribili tragedie umane e non sempre umanamente trattate.
Un altro tra questi e non di certo di minore importanza è stata la vicenda di
Antonio Trotta, spentosi dopo oltre venti mesi di coma il 1 ottobre 2007.
Finito in un ginepraio giuridico fra opposti cavilli e normative tra legislazione svizzera ed italiana, conteso tra amore paterno e diritto coniugale, il quarantenne Antonio ha lasciato questa terra senza sapere neanche il motivo all’origine del suo decesso.
Emigrato in Svizzera a 16 anni da Albizzate in provincia di Varese, nel maggio 2005 si trovava nel parcheggio del suo ristorante in Canton Ticino quando venne investito da un autocarro in retromarcia. Ricoverato in ospedale, fu dimesso solo dopo cinque giorni, ma poco dopo fu ritrovato in coma a casa sua dove viveva da solo, dopo che con la moglie si erano lasciati.
Ricoverato in coma vigile per otto mesi in una clinica riabilitativa a Basilea venne successivamente trasferito in un ricovero per anziani di Lugano attrezzato per alcuni posti impiegati per malati in coma, dove egli trascorse altri nove mesi.
Successivamente ancora ritrasferito più volte, venne sottoposto anche a brusche interruzioni di terapie, che ne provocarono il serio peggioramento delle sue condizioni fino, purtroppo , al raggiungimento del decesso.
Ci domandiamo:
- Perché, ricoverato nel maggio 2005 per grave trauma cranico, venne dimesso dopo solo cinque giorni ?
- Cosa avvenne a casa sua, pochi giorni dopo, da determinarne l’improvviso coma ?
Chiediamo chiarezza per il “caso” Antonio TROTTA.

Il Presidente degli Associati

Roberto Fantini